8 QUESTIONI INTERESSANTI SULLA FASCIA

by Marco Orselli on 16 giugno 2016

La struttura miofasciale, anche chiamata fascia, sta godendo di una grande attenzione nell’industria del fitness ed è uno degli argomenti più in voga nelle conferenze, workshop e pubblicazioni degli ultimi tempi. Tuttavia, una volta attenuatasi l’attenzione attorno alla novità, tra i professionisti del settore resta un grande interrogativo: “Tutto ciò è molto interessante, ma come applicare questa nuova conoscenza alle modalità di allenamento?”

Un buon punto di partenza per rispondere a questa domanda si trova negli articoli di Thomas Myers, per esempio quello pubblicato in IDEA Fitness Journal nell’aprile del 2011 dal titolo “Fascial Fitness: Training in the Neuromyofascial Web” che mette a disposizione dei professionisti del fitness un arsenale di idee e di ricerche su come allenare la rete miofasciale. Se ciò stimola la vostra curiosità verso approfondimenti ulteriori, si può far riferimento al libro di Myers del 2001 Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual and Movement Therapists (Churchill Livingstone), in italiano Meridiani miofasciali. Percorsi anatomici per i terapisti del corpo e del movimento (Tecniche Nuove, 2006) che offre una prospettiva unica sulla struttura interna del corpo e la cui pubblicazione ha provocato ulteriori ricerche sulla fascia e tessuto connettivo e sul loro ruolo e funzione nel movimento umano.

In questo articolo vengono offerti otto punti chiave da considerare quando si parla di struttura miofasciale e fitness:

La struttura miofasciale è una matrice tridimensionale

La fascia forma una matrice tridimensionale e continua di supporto strutturale che avvolge il corpo intero, fornendo sostegno attorno a organi, muscoli, articolazioni, ossa e fibre nervose. Questa disposizione fasciale multidirezionale e multidimensionale è ciò che permette al corpo umano di muoversi in più direzioni (Myers 2001; Huijing 2003; Stecco 2009).

La fascia trasmette le forze

Avete mai visto gli atleti di parkour saltare giù da un palazzo di due o tre piani e trasformare la caduta, con una transizione fluida, in una corsa? Come fanno le loro articolazioni a non disintegrarsi per via dell’impatto? La risposta è che la forza interna (fornita dai muscoli) e quella esterna (la gravità e la forza dell’impatto con il suolo) vengono distribuite e disperse all’interno del corpo principalmente grazie alla rete miofasciale (sempre che questo insieme di forze non sia troppo grande per il singolo organismo). La fascia aiuta a prevenire e a minimizzare uno stress localizzato in un particolare muscolo, osso o articolazione e, principalmente attraverso le sue proprietà viscose e elastiche, contribuisce a controllare e trasformare le grandi forze in atto nello slancio del movimento e della caduta. Questo da un lato protegge l’integrità del corpo e insieme minimizza la quantità di carburante usata durante il movimento.

Le linee miofasciali raffigurate in Meridiani miofasciali (il testo di Myers) forniscono un quadro ancora più chiaro di come la fascia mitighi lo stress – e la forza – a seconda della direzione e applicazione della suddetta forza attraverso il corpo (Myers 2001; Huijing 2003; Sandercock & Maas 2009).

La ripetizione è sia utile che nociva

La Legge di Davis afferma che il tessuto molle, ovvero una forma di fascia, rimodella se stesso diventando più rigido e denso attraverso le linee di stress (Clark, Lucett & Corn 2008). Ciò implica sia benefici a breve termine che conseguenze a lungo termine. Quando un movimento viene praticato in continuazione, il tessuto molle si rimodella nella direzione del movimento desiderato così che i tessuti divengano più forti in relazione alle forze applicate in quella particolare direzione. La ripetizione continua, a lungo termine, può rendere la fascia più resistente lungo la linea di stress enfatizzata, ma più debole in altre direzioni, risultando in una possibilità più alta di strappi nella fascia stessa o di rigidità nelle articolazioni circostanti nel momento in cui il movimento avvenga in direzioni diverse da quella predominante. Lo stesso accade quando la ripetizione riguarda “non movimenti” come stare seduti o in piedi per lunghi periodi di tempo durante i giorni, i mesi, gli anni.

La fascia può guarire se stessa ed è capace di ipertrofia

Uno studio del 1995 dimostra che lo stress meccanico (cioè l’esercizio) può indurre l’ipertrofia di un legamento, ovvero di una forma di fascia (Fukuyama et al. 1995). Nuovi studi comprovano la capacità del sistema fasciale di guarire se stesso dopo aver subito una lacerazione. Uno di questi studi in particolare dimostra come alcuni pazienti affetti da una lacerazione del legamento crociato anteriore del ginocchio (LCA) siano stati in grado di ritrovare una piena funzionalità articolare senza bisogno di intervento chirurgico, ottenendo una completa guarigione del legamento (Matias et al. 2011). Al crescere delle conoscenze emergono nuovi tipi di tecniche di riabilitazione, e insieme cambiamenti in quella che si riteneva essere la forma ideale di alcuni esercizi.

La fascia si può contrarre

I miofibroblasti, che permettono il verificarsi di contrazioni simili a quella della muscolatura liscia, sono stati trovati nella fascia (Schleip et al. 2005). Numerosi meccanorecettori (organi tendinei del Golgi e altre terminazioni nervose come i recettori di Ruffini e i recettori paciniformi) sono stati ugualmente identificati all’interno della matrice fasciale, e tutti questi elementi possono contribuire al presentarsi di contrazioni simili a quelle della muscolatura liscia e alla comunicazione con il sistema nervoso centrale per quanto riguarda la quantità di forze di pressione all’interno del tessuto connettivo (Myers 2011). è stato teorizzato che la capacità contrattile della fascia aiuti nella stabilità e nella spesa energetica. Sono tuttavia necessarie ulteriori ricerche per capire come la fascia e il muscolo si contraggano insieme, come queste contrazioni influenzino il movimento generale e soprattutto che significato questo possa avere per i professionisti del fitness.

La fascia può agire indipendentemente dal sistema nervoso centrale

Finché la gravità è presente, la fascia è continuamente sotto tensione. Questa pre-tensione passiva viene chiamata tono miofasciale umano a riposo (grado residuo di contrazione del muscolo a riposo). Myers ne discute utilizzando il principio della tensegrità (Alfonse et al. 2010; Myers 2001). Il tono miofasciale a riposo fornisce una minima componente di stabilizzazione che aiuta la postura e permette di eseguire movimenti “in automatico”, senza pensarci, come per esempio entrare e uscire dall’automobile. Dal momento che il tessuto connettivo ha circa 10 volte più recettori del tessuto muscolare (Myers 2011), la matrice fasciale aiuta a reagire all’ambiente più velocemente di quanto la mente cosciente sia in grado di fare, sia che si tratti di scendere inaspettatamente da uno scalino, di reagire alle azioni dell’avversario in uno sport o ritirare velocemente la mano da un fornello bollente. Questa pre-tensione aiuta anche a mantenere la postura con meno fatica e sforzo a livello fasciale rispetto a una attivazione muscolare costante e al conseguente dispendio energetico. Come aneddoto posso presentare la storia di una mia cliente che riferisce di come un giorno sia riuscita a stare in piedi a cucinare per otto ore filate senza disagio o dolore, accadimento che non si era mai verificato prima che iniziasse a allenarsi con me. Potrebbe essere che il suo tipo di allenamento abbia contribuito a migliorare la tensegrità e a incrementare la pre-tensione attraverso la fascia?

L’umore influenza la fascia

Nel loro testo The Endless Web: Fascial Anatomy and Physical Reality (North Atlantic; 1996), R. Louis Shultz e Rosemary Feitis discutono di come le emozioni siano conservate all’interno del corpo, e in particolare nel tessuto connettivo. “La risposta fisica all’emozioni avviene attraverso il tessuto molle”, scrivono, “la fascia è il corpo emozionale… I sentimenti sono provati dall’intero corpo e le emozioni viaggiano lungo la rete fasciale. Quindi come terapeuti possiamo interpretare una sensazione fisiologica o una reazione del corpo come una manifestazione emotiva: rabbia, affetto, amore, interesse e così via. Per esempio, la ragione per cui non si riesce a mantenere una postura adeguata nel collo, raddrizzandolo e allungandolo, potrebbe dipendere dall’essere stati vittima di atti di bullismo da bambini. In questo caso il lavoro fisico può risolvere solo parzialmente il problema se non avviene parallelamente il riconoscimento di una possibile origine emotiva del problema”.

Usando questa prospettiva, il professionista del fitness può sviluppare un approccio olistico nella comprensione della postura e del movimento, – un approccio che li consideri non solo come elementi fisici, ma anche emotivi e psicologici. La fascia può irrigidirsi ed essere meno malleabile se un cliente è depresso, ansioso o ha paura (Shultz & Feitis 1996; Lowe 1989). Gli allenatori se ne rendono conto ogni volta che un loro cliente si presenta dopo aver passato una brutta giornata. L’umore influenza grandemente la postura, il movimento e la propriocezione. Può allora accadere che un miglioramento dell’umore incrementi anche lo stato fisico complessivo attraverso la rete fasciale.

La fascia ci permette di allenare il corpo nel suo complesso (come un intero)

Nel lavoro di Myers le dissezioni anatomiche dimostrano come non solo il tessuto connettivo avvolge muscoli, organi e ossa ma lo fa in maniera continua attraverso una pluralità di strati (Myers 2011). Questo legame connette olisticamente l’intero corpo nel movimento e in ogni sua funzionalità. Per gli atleti e per chi voglia massimizzare tali funzionalità, la rete fasciale fornisce un paradigma razionale per integrare movimenti che coinvolgano simultaneamente tutto il corpo nel regime di allenamento.

Quanto più impariamo a conoscere il tessuto connettivo, tanto più possiamo integrarlo con altri sistemi del corpo (muscolare, nervoso, scheletrico) ottenendo ulteriori conoscenze sul movimento umano e sulle prestazioni atletiche. Considerare le linee miofasciali nella costruzione degli allenamenti può fornire una prospettiva unica su come massimizzare l’abilità di mitigare la forza (di impatto), risparmiare energia e costruire resistenza incrementando al contempo la mobilità multiarticolare e la forza. Allenare il corpo come un insieme unico e tridimensionale, piuttosto che focalizzarsi su parti singole e isolate, potrebbe essere l’elemento mancante nei programmi di esercizio di chi voglia mantenere e aumentare l’integrità del proprio corpo.

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